EYES LATTE MACCHIATO

Roma non sembrava chiederle il permesso per esistere, anzi le lasciava spesso la sensazione che lí tutto potesse accadere. 

Non era piú solo il posto dove viveva suo padre, ma iniziò a diventare inchiostro per i suoi racconti.

All’inizio, stare più vicina a suo padre le sembrò tipo il ciclo naturale delle cose, ma si rese conto molto presto che, l´unica cosa che suo padre era in grado di fare magnificamente era farlo credere nell’immaginario degli altri, ma molto meno nel suo.

I primi ricordi di Matilda avevano il suono delle ruote bagnate sull’asfalto e una casa che si faceva sempre più piccola nello specchietto retrovisore, un’età in cui la memoria assomiglia più a un insieme di fotografie emotive che a veri ricordi, eppure, capí molto presto che certe assenze occupano più spazio delle presenze.  

Iniziò cosí a sviluppare quella strana doppia identità che spesso accompagna i figli di genitori separati.

Matilda era tornata a Venezia con sua madre dopo il divorzio dei suoi.

Per molto tempo Roma fu solo un concetto o per meglio dire il luogo dove esisteva suo padre e questo bastava a renderla quasi mitologica. 

Sin da piccola dentro di lei coesistevano due sensazioni, che se avesse potuto  disegnare con gli acquerelli avrebbero avuto due colori precisi: grigio e oro, due prospettive:  da una parte l´idea spensierata della vita, dall´altra  una visione troppo confusa dei suoi sogni. 

Da fuori Matilda sembrava una bambina allegra, ma dentro viveva in uno stato di ansia permanente, dove tutto le sembrava sbagliato.

Seduta lì, con gli occhi fissi sul suo riflesso, lasciò che la sua mente vagasse, tra amori finiti e finali inventati per evitare di accettare che qualcuno dovessere necessariamente soffire perché qualcun altro potesse “vincere”.

Stava diventando, giorno dopo giorno, la persona che era destinata a essere. Ancora non lo sapeva, ma forse a volte basta uno sguardo, un caffè o una luna giusta per accorgersi che si può sempre ricominciare.

A volte partire non significa lasciare un luogo, ma abbandonare la versione di noi stessi che non ci appartiene più.

Ci sono città che ti svuotano. Ti consumano lentamente, come se ogni giornata pretendesse qualcosa da te.

Città che ti chiedono continuamente di dimostrare, produrre, rincorrere.

Roma non chiedeva il permesso di entrare nella tua vita. Semplicemente accadeva.

Era una città costruita sulle storie, alcune fatte di contraddizioni, altre di amori impossibili, di cinema, di politica, di arte, di sogni inseguiti per una vita intera e di 

persone comuni che, senza saperlo, vivevano racconti straordinari.

In mezzo a tutte quelle storie, ce n’era una che stava appena cominciando.

Matilda camminava, le piaceva farlo. Camminava quando era felice, e ancora di piú quando era arrabbiata, quando aveva paura e quando aveva bisogno di prendere una decisione, lo faceva tra un passo e l’altro. 

Roma aveva questo strano talento: riusciva a farla sentire parte di qualcosa anche nei giorni in cui si sentiva fuori posto ovunque.

E forse era proprio questo il motivo per cui la amava tanto, perché in quella città immensa, rumorosa e meravigliosamente disordinata, Matilda non si era mai sentita invisibile.

Roma la costringeva a rallentare, il che le sembrava quasi assurdo, perché per gran parte della sua vita aveva creduto che il segreto fosse correre.

Matilda si era ambientata bene a Roma, ogni mattina si fermava davanti a un piccolo bar all’angolo, era uno di quei posti senza pretese, con una vetrina del gelato immensa, le fotografie in bianco e nero appese alle pareti e l’odore del caffè che sembrava essersi infilato perfino nelle tende.

Entrava e si ordinava il suo solito Ice Latte Macchiato, prendeva uno dei suoi tanti notebook e lasciava che la penna rimanesse sospesa per qualche secondo, prima che i pensieri fluissero su carta rivestita di parole.